Un diario di viaggio che è anche un’indagine etnografica. Maria Grazia accompagna Lina nel ripercorrere, dopo decenni, i luoghi della sua giovinezza in Germania, riattivando ricordi e domande sospese. Dal racconto emergono oggetti d’affezione: presenze simboliche che tracciano una geografia affettiva e restituiscono la memoria come esperienza incarnata, fatta di luoghi, gesti e oggetti carichi di significato. Le tavole visive, esito di una pratica attenta, traducono questi elementi in segni che danno forma al rimosso e all’invisibile. Il libro riflette sul rapporto tra arte, identità e vissuto femminile, adottando uno sguardo sensibile, capace di ascolto e di cura. Una lettura che supera i confini dell’autobiografia per interrogare la memoria come spazio affettivo, politico e condiviso.
Storia di Lina
Geografie affettive tra arte ed etnografia
Un diario di viaggio che è anche un’indagine etnografica
Prefazione di: Eugenio Imbriani
Postfazione di: Pietro Clemente
Collana: Antropologia e Mediterraneo
Anno di pubblicazione: 2025
Numero di pagine: 224 con ill. in b/n
ISBN 9788861944565
Tabella metodologica: dal parlato alla scrittura
Questa tabella presenta il passaggio dal parlato alla scrittura in forma visuale suddivisa per una migliore leggibilità.
| PARLATO (orale) | RIELABORAZIONE (scrittura narrativa) |
| Lina: Sono nata a Taranto il 1953. Di pomeriggio alle due. Ehm, come mi raccontano no? Che mia madre si sentì male sotto un albero di fichi. E mio zio, il fratello di mia madre, la portò su una bicicletta a Taranto. Da Massafra a Taranto con una bicicletta, perché pensavano che fosse una mangiata di fichi va’, che erano dolori… M. G.: Perché lei non sapeva di essere incinta? Lina: Si era di 9 nove mesi Lina: Però pensava che i dolori forse avesse mangiato tanti fichi, troppi fichi, ecco perché a me i fichi mi piacciono. M.G.: ti piacciono tanto. Lina: M.G.: Perché si erano lasciati? Lina: E c’è motiv’ stav’n’, è il motivo che mio padre beveva, che si ubriacava. Che hai capì? Si erano lasciati. M.G.: Quindi si erano lasciati perché comunque tuo padre beveva ma ha sempre bevuto, oppure c’è stato un momento in cui…? | Amo la frutta, e in particolare il fico. Quando inizio a gustarne uno è quasi impossibile smettere: è una passione che cerco di controllare, ma con poco successo. A tal proposito ho elaborato una spiegazione plausibile per questa inclinazione, che coinvolge i primi istanti della mia vita. Zio Domenico spesso mi raccontava che il giorno in cui nacqui, il 14 giugno del 1953, mia madre si sentì male sotto un albero di fico. Quel luogo era il suo rifugio, un angolo in cui poteva godere dei frutti al riparo dal caldo torrido estivo. I dolori del travaglio furono erroneamente scambiati per forti coliche dovute all’abbuffata di fichi. In quel preciso istante, mia madre e zio Domenico erano nella tenuta di famiglia, nei pressi di Massafra. A scanso di equivoci, decisero di recarsi all’ospedale più vicino, il SS. Annunziata di Taranto a dieci chilometri da casa. Avevano a disposizione un solo mezzo: una bicicletta Bianchi. Mi immagino mia madre con il pancione, seduta sul telaio della bicicletta mentre suo fratello pedalava lungo la statale Appia, percorrendo quei chilometri fino all’arrivo in città. Forse è proprio per questo motivo che amo così tanto i fichi. Poco prima di quel momento, mia madre aveva preso la decisione di trasferirsi nella tenuta dei suoi genitori per trascorrere gli ultimi periodi di gravidanza in tranquillità, lontana da mio padre, un uomo costantemente ubriaco e violento. La loro relazione era un ciclo interminabile di litigi e riconciliazioni, segnato da continue turbolenze e conflitti. Mio padre era tormentato dall’alcolismo, una battaglia che non ha mai vinto e che lo ha accompagnato per tutta la vita. |



