Darkness, video vincitore della residenza Open doors to art,  a cura di Lorenzo Madaro, Manuela e Maria Rosaria Goffredo.

Il profondo legame che unisce l’artista alla sua terra di origine, l’area tarantina, la vede ricercatrice attenta degli aspetti reconditi della superstizione popolare della sua area di provenienza, “ancora intrisa di quel pensiero magico che tanto aveva caratterizzato il lavoro di ricerca dell’antropologo Ernesto De Martino, come ha ricordato Antonio Basile, docente di antropologia culturale all’Accademia di Belle Arti di Lecce.

 

At Home 1578, a cura di Nicola Zito

 

Il viaggio e l’incontro con culture differenti si pone alla base delle opere che Maria Grazia Carriero presenta nella sua personale At home 1578, un progetto che nasce da un’esperienza molto forte, umana e culturale, compiuta dall’artista nel 2005 in Marocco, a Marrakech dove, immersa in una realtà di disagio e povertà, a contatto con i bambini dell’orfanotrofio e del carcere minorile, si ritrova a lavorare nei laboratori organizzati dall’associazione Amjart con un materiale particolare, tanto inusuale in ambito artistico quanto fondamentale per l’affermazione della sua identità: la pasta.

Al rientro in Italia Maria Grazia Carriero inizia un percorso di ripensamento “a casa” di quanto vissuto in Nord Africa; a partire dalle collane realizzate dai ragazzi, oggetti con finalità ludica, crea nel 2009 grandi installazioni di collane e anelli di pasta (Where is made in Italy? e The ring), lavori temporanei destinati per la loro intrinseca natura a deteriorarsi.

Successivamente la memoria dell’esperienza marocchina viene ulteriormente rielaborata e indirizzata verso la produzione di opere bidimensionali su forex, dove l’artista compone motivi geometrici e figure, mimetiche rappresentazioni naturali di pasta di grano dura che, sottoposta a un processo di bruciatura, “mutazione non solo estetica ma anche di natura simbolica”, viene assicurata sul supporto con l’uso della resina, che fissa le forme e, insieme, altera decisamente la percezione visiva, contribuendo a modificare l’aspetto della pasta, che è trasformata ormai in qualcosa di altro, di nuovo.

I due cicli esposti, Nature e Circle, rappresentano un momentaneo punto di arrivo. At home 1578 si presenta come un temporaneo approdo di quel percorso, intrapreso da diversi anni, che ha spinto Maria Grazia Carriero a indagare il concetto di virtualità non solo sotto l’aspetto filosofico ma anche antropologico; ad analizzare gli ambiti della memoria e superstizione popolare (Count, Ritratto di famiglia); a esaminare, con l’uso dei QR code, i meandri di una realtà virtuale e telematica quale nuova frontiera per il genere umano.

Le opere realizzate con la pasta di grano duro raccontano, dunque, di un’ulteriore tappa di questo percorso interiore ed esteriore, introspettivo ma fortemente legato alle suggestioni provenienti dai luoghi visitati, dagli incontri fatti, dalle esperienze maturate, partendo da una riflessione profonda – concettuale e pratica – su quanto accaduto in Marocco. Una meditazione che nasce tra le familiari pareti domestiche e si sviluppa nel corso degli anni, con un ritmo non continuo ma con una costanza riflessiva di fondo, che porta Maria Grazia Carriero a impegnare 1578 ore della sua vita all’ideazione e concretizzazione di questi particolari lavori.

At home 1578 è il risultato, non definitivo ma anzi rinnovato giorno dopo giorno, di uno sviluppo creativo che si basa sul vissuto e sul concetto, sul tangibile e sull’impalpabile, sulla cruda realtà e sull’immaginazione artistica che porta alla dichiarazione di una decisa appartenenza alla terra d’origine, una terra che l’artista sente fortemente sua, che ha portato nel cuore e nelle mani ai bambini di Marrakech, e che ha ricondotto indietro, a casa, significativamente rinnovata.

Nicola Zito

Intervista  ” Visioni Suburbane” a cura di Simona Caramia, Roma.

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NetArt: una ricerca personale attraverso un linguaggio “globale”.

L’ospite del Mese su ArtSob, nella rubrica ‘L’ospite Inquietante’  è Maria Grazia Carriero che racconta la sua poetica:

 

Le nuove forme di telecomunicazione e le potenzialità insite nella rete

sono molteplici. Esse rappresentano un affascinante spazio altro, configurabile con “il virtuale”, inteso non soltanto come categoria informatica, ma soprattutto come dimensione intrinseca al mondo fisico: non il contrario di reale o illusorio, bensì tutto ciò di cui abbiamo nozione, ma non visione; ciò che – secondo la definizione offerta da Pierre Levy – esiste secondo solo alcune modalità dell’essere, trascendendone altre.

Parlare di virtualità è abbastanza complicato, poiché lo scenario interpretativo nel quale il termine versa è molto vasto e ovviamente altri artisti, negli ultimi anni, hanno adoperato (e adoperano) i mobtag, ognuno a modo proprio, esprimendo un pensiero, un concetto, una protesta.

prosegui la lettura su ARTSOB cliccando qui http://www.artsob.it/l%E2%80%99ospite%E2%80%A6-inquietante/



(…) La virtualità è quindi la dimensione entro cui la Carriero preferisce muoversi e trarre spunti per la sua ricerca artistica. E non è la prima volta che l’artista decida di esprimere le sue idee partendo da ciò che la tecnologia informatica ci può fornire.

I codici 2d è come se divenissero l’eco della sua voce che vuole mettere in guardia dal pericolo di omologazione cui siamo sottoposti. Sperimentazione concettuale e pop la sua, una ricerca che all’apparenza potrebbe ingannare e portare a minimizzare la sua proposta che nient’altro è se non la amplificazione del suo sentire e della sua volontà di agire sulla e nella realtà con una chiara vocazione sociale. Al di là dell’aspetto ludico del momento creativo (…) la Carriero crede nell’artista in quanto protagonista e promotore di azioni che possano condurre lo spettatore alla riflessione su alcuni aspetti della realtà(…).

Melania Longo

 

Ha ad esempio il sapore di preziose suppellettili, arazzi o tappeti con decori astratti memori delle sapienti maestranze orientali circolanti ancora alle corti rinascimentali, il lungo telero stampato di Maria Grazia Carriero che introduce il percorso espositivo. Il cortocircuito con la storia è però solo apparente: il labirintico motivo bianco-nero è ben calato nel nostro tecnologico quotidiano.E’ costruito infatti combinando vari codici, come l’aztec code, il dta matrix, i qr-code, usati per la decrittazione di messaggi. Ciascuno cela il nome e cognome dell’autrice che però, ribaltandone provocatoriamente l’uso, in questa dissezione diventa misteriosamente indecifrabile.

Antonella Marino

 

 

Maria Grazia Carriero dà vita ad una labirinto digitale, nel quale affiorano frammenti di volto, in parte celati da tasselli bianchi e neri. In una vena altamente decorativa, l’artista crea quasi un moderno mosaico che suscita smarrimento e meraviglia; il suo “Portrait” è specchio di sé: rivela la possibilità, sempre insita nell’arte contemporanea che si avvale delle tecnologie, di perdersi nei virtuosismi tecnici o estetici. L’artista sa che, se svincolata dall’etica o da ogni aspetto concettuale, l’arte riduce la sua portata creativa, parcellizzando la dimensione spazio-temporale. Il labirinto è infatti metafora della perdita della propria identità – artistica e non -, di chi cerca incessantemente, senza trovare o trovarsi. Ma tale labirinto digitale è anche il nosence dei codici, in cui il fruitore corre il rischio di smarrirsi, se privo della chiave di lettura e quindi della capacità di decriptare il messaggio.

Conosci te stesso: sembra essere il monito dell’artista, le cui interazioni virtuali sono esempio positivo di mediazione tecnologica che, usata consapevolmente, arricchisce il processo artistico-creativo; azione e contempl-azione sono così immerse in quello spazio – unico – in cui arte e vita dialogano.

 

 

Simona Caramia

 

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